Come distribuire il valore prodotto attraverso l’innovazione? Il racconto dell’evento del 10 dicembre

Lo scorso 10 dicembre nella Gabbia del Leone delle Serre dei Giardini Margherita si è tenuto l’evento Da CoopUp a Co?Tour (e ritorno): un viaggio tra le nuove forme di mutualità ai tempi della sharing economy, che vi avevamo anticipato qui.

Se dovessimo riassumere l’obiettivo dell’incontro in una domanda, sarebbe senza dubbio questa:

Come ridistribuire all’interno delle comunità il valore prodotto attraverso l’innovazione e le nuove forme di cooperazione e collaborazione?

L’interrogativo ha attraversato in modo trasversale tutti gli interventi, dal saluto di Oreste De Pietro [Confcooperative Bologna], che ha sottolineando il ruolo centrale della cooperazione nel rilanciare il concetto di mutualità in modo innovativo, perché è su questa che

si gioca la tenuta economica e sociale delle nostre imprese.

all’intervento di Daniele Steccanella, coordinatore del Gruppo Giovani Imprenditori Cooperativi di Confcooperative, che lavora per coinvolgere i giovani con l’obiettivo di rinnovare il mondo cooperativo.

Lo stesso percorso CoopUpBO va in questa direzione. Nicoletta Tranquillo [Kilowatt] ha brevemente raccontato l’edizione 2015 e annunciato l’imminente partenza della nuova edizione 2016, sempre in ottica di costruzione di una community e sempre con l’obiettivo di contaminazione tra il vecchio e il nuovo, di scambio tra realtà nascenti e altre già strutturate per produrre innovazione, di cui possa beneficiare l’intera collettività.

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Per capire meglio il contesto in cui ci muoviamo, Francesca Battistoni [Social Seed] ci ha illustrato la ricerca Dalla sharing economy all’economia collaborativa: l’impatto e le opportunità per il mondo cooperativo, condotta da Social Seed e Agenzia LAMA e promossa dalla Fondazione Unipolis, sul rapporto e sui punti in comune tra sharing economy e cooperazione. Dallo studio emerge che, in Italia, alcune cooperative percepiscono la sharing economy come una forma di concorrenza, ma esistono anche tanti casi in cui le forme organizzative tradizionali cercano di integrare questo nuovo modello economico, così da rinnovare il linguaggio e trovare nuove forme che permettano di diffondere il valore prodotto da queste nuove forme imprenditoriali.

Nicoletta Tranquillo ha poi introdotto Co?Tour, il nuovo progetto promosso da Confcooperative, Irecoop e Kilowatt, che – in ottica di analisi di scenario e con l’intento di capire chi sono gli attori del territorio – parte da un interrogativo: cosa succede sul territorio dell’Emilia Romagna? Quali sono le nuove forme e i nuovi bisogni di mutualità nella regione?

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La ricerca vuole raccogliere esperienze di cooperazione innovativa. Inizialmente focalizzata solo sulle imprese cooperative, è stata ampliata a tutte quelle realtà che in Regione lavorano in modo mutualistico, con il fine di mettere in evidenza le relazioni nelle organizzazioni e tra le organizzazioni, individuare i soggetti connettori e aggregatori, in ottica di mutualità allargata.

Quali sono i driver che spingono le persone a mettersi insieme per raggiungere un obiettivo comune? Quali bisogni sono alla base di esperienze cittadine come Kilowatt [nato dall’esigenza di condividere non solo una spazio fisico di lavoro, ma di creare una community che possa anche condividere progetti] o Dynamo [la neonata velostazione bolognese che riunisce tutti gli amanti della bicicletta]?

Dalla mappa delle realtà bolognesi, individuate nella prima fase di ricerca emerge che:

  • le nuove realtà nascono prevalentemente per bisogni interni [spazi condivisi, connessione con altre realtà o persone simili], mentre nelle realtà cooperative tradizionali spesso l’aggregazione è data da un bisogno esterno (le cooperative sociali sono l’esempio lampante: soddisfare bisogni a cui le istituzioni pubbliche non riescono a rispondere del tutto).
  • le realtà innovative [al centro della mappa] hanno più relazioni tra loro e più bisogni di mutualità concomitanti, quelle tradizionali [ai lati della mappa] sono meno legate al network come driver di mutualità, perché spesso delegano l’aggregazione ad altre realtà – forti della loro storia e esperienza – mentre le nuove organizzano occasioni di incontro, anche perché questo è il loro modo di stare sul mercato.

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[la mappa delle realtà innovative della città di Bologna]

Per concludere la riflessione, abbiamo discusso delle ricerche presentate ma anche di sharing economy, cooperazione, innovazione sociale e impresa sociale con Roberta Franceschinelli [Fondazione Unipolis e responsabile del progetto Culturability], Bertram Niessen [Che Fare] e Carolina Pacchi [Avanzi].

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[da sinistra: Roberta Franceschinelli, Bertram Niessen, Carolina Pacchi]

Le riflessioni emerse possono essere cosi sintetizzate:

  • trovare forme di sostenibilità a queste nuove attività, poichè spesso innovazione e impresa sociale non generano sufficiente reddito [Bertram Niessen]
  • Una ricerca condotta a Milano ha provato ad analizzare i benefici – in termini urbani – dei coworking e dei nuovi spazi del lavoro ed è emerso che sono bassissimi. E’ vero che gli spazi di lavoro condiviso non nascono per rigenerare i quartieri, ma spesso la piccola comunità che si costruisce forme di rete fa fatica a costruire un valore che venga percepito anche oltre le proprie mura. E’ necessario, dunque, lavorare sull’ampliamento della rete per socializzare i benefici prodotti. Le attività riconducibili al tema della collaborazione dell’innovazione sociale spesso producono un valore che non è solo per coloro che sono all’interno, ma è molto più alto; per questo dobbiamo trovare il modo di condividerlo nelle comunità, per non rischiare che si esaurisca in cerchie ristrette [Carolina Pacchi]
  • creare una narrazione dominante inclusiva per chi porta avanti modelli di business innovativi nell’ambito innovazione sociale e impresa sociale. In questi due ambiti il rischio è quello di rimanere all’interno di una nicchia: le realtà attive sono poche e sono sempre le stesse; ma potrebbero essercene altre innovative ma che non si sentono parte della rete e non emergono [Nicoletta Tranquillo]
  • lavorare sulle comunità di pratiche, dentro i progetti e sui territori: spesso sono gli stessi attori che lavorano all’interno dell’innovazione che creano una nicchia e tendono all’esclusività, data dalla necessità di individuare modelli sempre più nuovi, tenendo a escludere altri interessanti [Francesca Battistoni]
  • dare più spazio a chi non è formalmente organizzato e cercare di sviluppare una forma narrativa che innovi la tradizione, senza creare dinamiche chiuse, ma collaborando, anche con forme di comunicazione tradizionali [Michele D’Alena]
  • socializzare e ampliare i benefici prodotti da queste nuove forme di mutualità, distribuire il valore prodotto collettivamente e diffondere la cultura creata all’interno del mondo dell’innovazione [Roberta Franceschinelli]

Sono emersi anche i concetti di:

  • comunità di pratiche > le forme di comunità nascono mettendo insieme competenze diverse: stando insieme, impariamo a fare cose nuove.
  • comunità di interesse e di progetti> le comunità nascono oggi attorno a un interesse, ma spesso attorno a un progetto.
  • leadership liquida >non esiste nel mondo dell’innovazione una leadership statica, ma cambia a seconda delle situazioni e dei temi: su ogni argomento viene riconosciuta la leadership a organizzazioni diverse.

Il dibattito dunque è ancora aperto e in divenire, le evoluzioni del fenomeno ancora da definire. A breve ripartirà il percorso CoopUpBO, la riceca Co?Tour sarà ampliata: seguiteci per non perdervi sviluppi e nuovi punti su cui riflettere.

 

Qui trovate le slide degli interventi:

 

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