CoopUp Bologna, l’evento conclusivo: il focus sull’impatto e la sua valutazione

Mercoledì 2 maggio si è conclusa ufficialmente la terza edizione di CoopUP Bologna, il percorso di formazione e networking di Confcooperative Bologna e Kilowatt, in collaborazione con Emil Banca BCC e Irecoop Emilia Romagna. L’evento conclusivo  si è svolto nella Gabbia del Leone alle Serre dei Giardini Margherita ed è stata l’occasione per tirare le fila e guardare al futuro.

Dopo i saluti iniziali di Daniele Passini (Presidente di Confcooperative Bologna) e Daniele Ravaglia (Direttore Generale Emil Banca Credito Cooperativo), Nicoletta Tranquillo (Kilowatt) ha fatto una panoramica di quello che è stato il percorso di quest’anno, sottolineando due elementi che caratterizzano CoopUP Bologna:

  • il focus sulle relazioni, come asset centrale per la produzione del valore di una impresa;
  • il fatto che, oltre ad essere un percorso di accompagnamento alle singole realtà, CoopUP Bologna voglia essere un percorso di crescita culturale e di diffusione di un modo di fare impresa collaborativa, mutualistica e innovativa con una attenzione alla generazione di impatto sul territorio.

Il tema della call del 2017 era idee di impresa e progetti che generano (o vogliono generare) un impatto sul territorio e proprio la generazione di impatto sociale e la sua misurazione sono stati il focus della giornata.

Diamo qualche numero di questa edizione appena conclusa:

Le 14 realtà che hanno concluso il percorso, operano nei seguenti settori: turismo (2), arte, design e cultura  (4), educazione (3), piattaforme e servizi (4), ambiente, sostenibilità e ricerca (1).

In generale, dopo tre edizioni del percorso, questi sono i risultati:

  • 41 le realtà seguite;
  • il 57% delle realtà che sta ancora operando sul mercato;
  • il 51% sta collaborano stabilmente con Kilowatt o tra di loro;
  • il 22% si è costutuita come impresa (in diverse forme giuridiche).

Inoltre, l’8 maggio è stato lanciato Battiti, il nuovo percorso di accelerazione in collaborazione con Emil Banca per startup del territorio emiliano, che è la logica prosecuzione di CoopUP Bologna.

Tutti questi dati vanno letti come un cambiamento culturale, lento e, per questo solido e stabile, di presa di coscienza, di consolidamento, di creazione di valore su un territorio. L’obiettivo di CoopUP Bologna è sì quello di dare degli strumenti, ma soprattutto quello di creare un ecosistema di soggetti che fanno rete e che possono collaborare tra loro, generando nuovi progetti e nuovo valore per il territorio e la comunità.

La cosa più importante e utile è il confronto con gli altri, sentire altri pareri, imparare nuovi strumenti per cercare di migliorare questo progetto e, in prospettiva, anche altri progetti (CAPSULA, una delle realtà che ha partecipato al percorso)

È seguito l’intervento di Debora Caloni, researcher a Tiresia, il centro di ricerca del Politecnico di Milano che si occupa di impatto sociale e impact investing. Debora ha approfondito l’importanza, nell’ecosistema delle imprese e startup italiane, di avere come vision la generazione di impatto sociale, e soprattutto della sua valutazione, partendo dall’individuazione dei tre fattori che hanno determinato la nascita del business sociale:

  • la diminuzione delle risorse pubbliche disponibili per progetti di interesse sociale e la conseguente necessità da parte di attori privati di dare risposta a questi bisogni;
  • nuovi paradigmi, come la sharing e la circular economy;
  • le nuove opportunità date dalle nuove tecnologiche.

In questo contesto si sono sviluppate circa 9.000 imprese sociali nel nostro paese. Secondo la ricerca di Tiresia sui soggetti disponibili a finanziare il settore, ci sono circa 300 milioni di euro disponibili in 3 anni.

Ma quante delle 9.000 imprese sono “pronte” a ricevere un finanziamento? Solo 98 hanno i requisiti adatti per poter ottenere dei capitali: tra questi c’è anche la misurazione dell’impatto che intendono generare, che è di fatto uno degli elementi che chi offre i finanziamenti valuta (fondi di investimento, banche, fondazioni ecc.). Ecco perchè si tratta di un dato estremamente importante, nonostante gli strumenti di misurazione siano ancora pochi e in fase di sperimentazione e ricerca.

«Per valutazione dell’impatto sociale si intende la valutazione qualitativa e quantitativa, sul breve, medio e lungo periodo, degli effetti delle attività svolte sulla comunità di riferimento rispetto all’obiettivo individuato.»

La misurazione dell’impatto ha un’importanza non solo esterna all’azienda – per richiedere finanziamenti e rendicontare le attività – ma anche interna, perchè consente di avere un quadro generale delle azioni intraprese e permette di prendere decisioni strategiche in merito. Un esempio: Kilowatt redige ogni anno il bilancio di impatto con questa duplice finalità: da un lato raccontare ai propri pubblici quali sono i risultati raggiunti, dall’altro per capire internamente cosa è stato fatto, cosa deve essere migliorato e cosa modificato.

La misurazione dell’impatto si rivolge a diversi pubblici: non solo ai finanziatori (investitori privati o istituzioniali e donatori), ma anche ai policy makers (per esempio i legislatori) o decisori (imprenditori sociali o altri decisori all’interno dell’impresa sociale), che possono essere influenzati dai risultati e dagli impatti di determinate attività. Perciò è importante, quando si inizia il processo di misurazione, tenere presente chi è il nostro interlocutore, per individuare gli indicatori più adatti.

Inoltre, è consigliato iniziare il processo di misurazione sin dall’inizio delle proprie attività: uno dei problemi principali è infatti la mancanza di dati e recuperare informazioni di anni precedenti è molto complicato; inoltre, iniziare da subito il processo di valutazione può essere utile per stimare un cambiamento nel breve termine.

Nonostante le motodologie di misurazione dell’impatto siano molte e ancora in fase di sperimentazione, è possibile individuare le fasi del processo di misurazione:

  1. definizione del contesto di analisi
  2. analisi e coinvolgimento degli stakeholders
  3. mappatura del processo di cambiamento;
  4. definizione metodologia e popolamento indicatori
  5. valutazione dell’impatto
  6. comunicazione risultati

Per chiudere in bellezza, visto che ci piace essere concreti, abbiamo pensato che fosse utile far raccontare ad alcuni dei protagonisti l’esperienza fatta a CoopUP Bologna. Ecco le 4 realtà che si sono presentate (di seguito, trovate le slides degli interventi):

  1. Katrièm: si occupa dello sviluppo di progetti che mettono in relazione arte contemporanea ed educazione, attivando processi di cittadinanza attiva e partecipazione sociale fin dall’infanzia. Katrièm si occupa della creazione e organizzazione di progetti espositivi e di arti performative, didattica museale, festival ed eventi culturali, progetti didattici per le scuole di ogni grado, corsi di formazione, residenze e lavori site specific con artisti.
  2. Coworking del sè: è una comunità multidisciplinare con competenze in vari ambiti (medico, psicoterapeutico, pedagogico, le aree dello sviluppo personale, l’arte e la botanica). Offre vari servizi (workshop, consulenze) e crea percorsi su misura di crescita e cura della persona per promuovere benessere circolare tra il singolo, le comunità e l’ambiente.
  3. D.I.C.O: è un modello didattico che sostiene l’insegnamento e l’apprendimetno dell’italiano all’interno del sistema di accoglienza dei migranti. Intende apportare un’innovazione metodologica nella didattica della lingua italiana L2 focalizzandosi su: oralità, interazione, nuove tecnologie, formazione e coinvolgimento.
  4. IMA: è un’agenzia di consulenza e formazione che vuole coinvolgere le realtà del terzo settore ad utilizzare
    le tecniche di diversity management con strumenti semplici e adattati al contesto di riferimento.

Ha concluso Matteo Bettoli, responsabile della rete nazionale CoopUP. In questi anni sono nati 22 centri CoopUP in tutta la penisola che hanno accompagnato oltre 280 idee imprenditoriali, delle quali circa 90 sono diventate imprese. Grazie a questo tipo di percorsi si contribuisce a creare un ambiente favorevole allo sviluppo di nuove realtà. Le realtà che in ogni territorio si sono messe in gioco hanno contribuito a creare un contesto fertile per la nascita di nuove idee imprenditoriali, anche in territori più fragili dal punto di vista economico. Inoltre, questo tipo di percorsi, contribuisce a diffondere la cultura cooperativa.

Non ci resta che fare a tutti un grande in bocca al lupo, ringraziare tutti i partecipanti e darvi l’arrivederci alla prossima edizione! 😉

Per informazioni, scrivete a coopupbo@confcooperative.it e per rimanere aggiornati sulle prossime inziative, ecco il gruppo Facebook di CoopUP Bologna

Di seguito, le slide dei relatori.

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